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Comuni della Riviera dei Cedri

Verbicaro

Verbicaro

Verbicaro è uno dei 56 paesi del Parco Nazionale del Pollino (il centro abitato è interno al Parco); fresco e accogliente d'estate, quando accoglie sui suoi pianori e nei suoi boschi visitatori fuggiti per qualche ora dalle spiagge, merita una visita in ogni momento dell'anno: l'autunno, quando i boschi si tingono di rosso e d'oro, l'inverno che rende le vette remote e severe, la primavera in cui l'acqua è la protagonista assoluta. Da sempre e ovunque quando si parla di Verbicaro si pensa subito al buon vino. La maggior parte dei verbicaresi sono proprietari di modesti appezzamenti di terreno, quasi tutti vi praticano un'agricoltura di sussistenza, nella maggior parte dei casi integrata con altre attivita'. Il vino Verbicaro, riconosciuto DOC nel 1995, è rinomato in tutta la regione e non solo. Il clima particolare, la conformazione del territorio, la conservazione del vino, hanno contribuito a rendere famoso nel mondo questo delizioso prodotto verbicarese. Si dice che già i Romani, nel periodo d'oro dell'impero, facessero in questi luoghi cospicue scorte di questo prezioso nettare. I famosi "catuvi" (cantine) custodiscono ancora il segreto della sua fermentazione e conservazione. Adesso i ritmi della vendemmia di un tempo sono solo un ricordo; l'arrivo delle moderne macchine ha modificato le tecniche di trasporto e di lavorazione delle uve e la vendemmia ha perso in parte il suo fascino. In passato l'uva raccolta nei vigneti veniva trasportata per mezzo di asini e muli nei "parmienti" dove avveniva la spremitura dei grappoli, effettuata con i piedi scalzi. Il mosto veniva raccolto in vasche, mentre il succo residuo nelle vinacce veniva estratto per mezzo di torchi muniti di una grossa vite in legno. Il mosto, infine, veniva trasportato all'interno di otri ricavati con pelli di capra e depositato nei catuvi , nelle botti di legno dove avveniva la fermentazione. L'attesa durava fino all'8 dicembre, festa dell'Immacolata Concezione, data in cui tradizionalmente veniva assaggiato il nuovo vino e che ancora oggi viene chiamata festa di "perciavutti". Alcuni storici identificano Verbicaro con l'Aprustum dei Bruzi o con Vergae. Il nome del paese è di origine incerta per le varianti etimologiche; da Vernicaio, così denominato per la chiarezza dell'aria, "a vernante aere dictum", a Bernicaro e Berbicaro, in dialetto Vruvicaru, che potrebbe significare etimologicamente luogo di pastori, dal latino "berbicarius", pecoraio o per la derivazione etimologica dal latino vervex, pecora. La denominazione di Verbicaro, quindi, potrebbe essere derivata, con fondatezza di ragione, secondo l'ipotesi etimologica, dai luoghi, dove il borgo sorse, brulli, impervi e selvosi, abitati e frequentati da pastori. Il centro storico, ormai parzialmente disabitato costituisce per la sua configurazione caratteristica, topografica  ed urbanistica, il primo e più significativo documento storico relativamente all'origine ed alla ragione stessa del paese, in difetto di particolari fonti di notizie. In rapporto alla sua configurazione topografica ne deriva che Verbicaro sia sorto come "castello" che si estendeva dal palazzo antico baronale sino a Bonifanti. L'antico palazzo baronale conserva ancora il nome di Castello. Si vedono ancora le strutture di un paese rifugio: mura di difesa con tre porte d'accesso all'abitato. Le case sono tutte di un solo vano, una addossata all'altra edificate a difesa e protezione. Si può ritenere che il primo nucleo abitato sia sorto in funzione difensiva, quando in epoca medievale, le popolazioni rivierasche, per scampare alla malaria ed alla violenza delle incursioni piratesche e dei Saraceni, durante il periodo bizantino, erano costrette a ritirarsi nel retroterra, in luoghi alti ed impervi, più sicuri e più adatti alla difesa. Il borgo, ristretto alle origini tra i naturali contrafforti rocciosi ed i muraglioni protettivi di cinta, cominciò gradualmente ad espandersi con il crescere della popolazione diramandosi in agglomerati rionali di case nella campagna circostante. Il paese si sviluppò da questo nucleo fino a raggiungere le dimensioni attuali. L'episodio più noto e studiato della storia di Verbicaro è l'epidemia di colera dell'estate del 1911 e la rivolta che causò. Molto spesso il fatto viene strumentalizzato per sottolineare l'arretratezza del paese agli inizi del Novecento, senza considerare che in quegli anni a vivere in condizioni di emarginazione non era solo Verbicaro ma tutta l'Italia meridionale, con gravi responsabilità del governo nazionale. Ai verbicaresi erano tristemente note le conseguenze di un'epidemia, poichè già in passato il paese era stato colpito da simili calamità. La prima di cui si ha notizia risale al 1656, quando per il contagio che colpì il Regno di Napoli morirono a Verbicaro 1036 persone, l'altra nel 1844 che registrò 246 morti. Il colera, implacabile, si abbattè ancora su Verbicaro nel 1855 e fu ancora più drammatico non solo per l'elevato numero di vittime, ma, soprattutto per la rivolta che questo causò, di gran lunga più cruenta e con lo stesso meccanismo di quella del 1911. Nel 1911, quando in Italia si celebravano i primi cinquant'anni di unità nazionale, si salutava questo avvenimento con grandi manifestazioni e cerimonie, da Verbicaro, da questo piccolo e sperduto paese della Calabria, del tutto sconosciuto alla gran parte degli italiani, cominciarono a giungere notizie inquietanti. L'epidemia di colera, che nell'estate del 1911 aveva toccato altre regioni italiane, ebbe a Verbicaro, per le precarie condizioni igieniche e sanitarie, effetti devastanti. Provocò la violenta reazione della popolazione di Verbicaro che insorse contro le autorità locali, i "galantuomini" del paese, considerati responsabili dell'epidemia, giudicati alla stregua di "untori". Il popolo, terrorizzato dall'epidemia, e dovendo nella sua ignoranza, spiegare quella tragedia, giustificava il colera con la "polverella": un veleno messo dalle autorità locali nelle fontana pubblica per uccidere gli abitanti. La causa dell'epidemia era la mancanza di igiene. L'acqua della "fontana vecchia", l'unica fontana pubblica, la cui sorgente era nel sottosuolo, era inquinata dagli stessi cittadini, che di notte soddisfacevano i loro bisogni per le vie. Nel tumulto furono uccise tre persone, ritenute responsabili dell'avvelenamento. Verbicaro, diventa, in quell'estate del 1911, quasi un monito per la coscienza di un paese e di uno Stato che sembrava aver dimenticato antichi e non risolti problemi sociali. L'episodio distruttivo e desolante del 1855, che si ripetè con inalterata intensità nel 1911, segnò i cittadini con il marchio infamante della ferocia e della criminalità. In realtà erano solo dei poveri contadini abbandonati a sè, abituati a sopportare i soprusi dei "galantuomini" e che  avevano una sola fede in cui credere e sperare: la famiglia. E quando un'epidemia senza scampo li privò degli affetti più cari, improvvisamente e senza nessuno capace di dare spiegazioni plausibili a ciò che stava accadendo, impazzirono di dolore, divenendo collettività incontrollabile, feroce e devastante. Furono, dunque, l'eccesso di dolore e l'ignoranza a causare le rivolte. Sono storie cariche di sofferenze e meritano tutto il nostro rispetto; e se non un minimo di comprensione, neanche un giudizio frettoloso o distratto. Sono avvenimenti spiacevoli ma, anch'essi, purtroppo, ci appartengono, sono parte integrante della nostra vita, da non dimenticare. Il palazzo marchesale fu costruito nella seconda metà del '700, in aderenza all'ala di accesso al vecchio castello, dove probabilmente alloggiavano i precedenti feudatari durante la loro permanenza in paese. Di scarso valore architettonico, abbastanza modesto in confronto ad alcuni fastosi palazzi gentilizi, costruiti altrove da altri feudatari, attualmente, proprietà di privati cittadini, è stata sede per lungo tempo della caserma dei carabinieri. Una scritta dipinta sotto il cornicione: "Nicollaus Cavalcanti, de marchionibus terrae Verbicarii, sibi suisque fecit " ci ricorda che fu costruito da Nicola Cavalcanti, marchese di Verbicaro.  


La Chiesa di San Giuseppe, iniziata il 31 Ottobre 1897, è decorata di stucchi e adornata in alto al centro, su un pinnacolo, dalla statua di S.Giuseppe e lateralmente dalle statue di Gesu' e della Madonna. Ad unica navata, all'interno è decorata di stucchi e pitture che rappresentano episodi della vita di S.Giuseppe. Vi sono sculture in legno e cartapesta e un organo ligneo. Si conserva il vecchio portale in pietra dell'antica Chiesa di San Domenico, che sorgeva accanto al monastero dei domenicani, demolita nel 1930 per la sua malferma stabilità. Al santo è devota una confraternita che si occupa non solo della festa del compatrono verbicarese, ma anche dell’organizzazione delle altre feste votive, come accade nella famosa processione dei misteri conosciuta per la sua caratteristica rappresentazione e per il rito dei battenti che ogni anno attira fedeli e curiosi da ogni luogo. Uno dei posti più caratteristici del centro storico è Vico Vignale, ai piedi di una suggestiva roccia si trova un'antica fontana con motivi decorativi a bassorilievo, fiancheggiata da una scalinata in pietra. Popolarmente è chiamato "u vich'i ddacciprieviti" perchè in una di quelle case ha vissuto l'arciprete Don Francesco Cava. Nel cuore del centro storico è la Fontana Vecchia, costruita nel 1816, nel tempo è stata fontana pubblica e lavatoio. Era costituita da cinque mascheroni in marmo che formavano i boccagli della fontana (oggi ne sopravvive soltanto uno), dei ferri murati garantivano l'appoggio alle lanterne e delle nicchie ricavate nella muratura quello per il sapone. Le pareti risultano completamente decorate da affreschi, che nel tempo erano stati ricoperti da intonaco. Una vecchia iscrizione, appena leggibile, posta sul portico della fontana "Cives Universitatis donum Blasio Ruggiero date gloriam qui costruendam Sindicus Curavit - MDCCCXVI" sta ad indicare che nell'area sovrastante, dai primi del 1800, aveva sede l'amministrazione civica. Ai piedi della rocca di Bonifanti, su cui sorge il borgo medievale, è la Chiesa Madre dell'Assunta. Epoca costruttiva inizio 1400;  ampliata dalla parte absidale,  restaurata e meglio decorata, in tre successivi periodi, tra il 1883 ed il 1927; altri restauri furono effettuati nel 1974. Gli ultimi restauri sono stati effetuati dal '98 al 2006. Sorge in quella che tra il '400 e il '500 era la periferia del paese. La chiesa, anche se soffocata nella prospettiva esterna, per la ristrettezza spaziale del sagrato, dalle case circostanti, presenta una facciata stilisticamente armoniosa, di tipo classico. Interno ad un'unica ampia navata, con quattro grandi cappelloni laterali su ciascuna fiancata. Le pitture che l'adornano sono state effettuate tra il 1925 ed il 1926. Rappresentano sullo sfondo della cupola absidale il trionfo della Madonna, sulle pareti laterali di fondo, all'altezza dell'altare maggiore, episodi evangelici e, sulla volta del soffitto, l'ultima cena, secondo la versione leonardesca. All'interno possiamo ammirare varie statue in legno e cartapesta, una tavola dipinta raffigurante la Madonna con bambino e Santi in preghiera probabilmente opera del pittore Genesio Galtieri, e due organi lignei. Nella sacrestia sono conservati preziosi paramenti in seta, oggetti sacri vari del '500, una croce astile in argento del '600 di pregevole fattura e un messale Romano del '600. La Chiesa delimita da un lato quella che per secoli è stata la piazza principale di Verbicaro, il luogo in cui si è svolta la vita civile del paese. Infatti, abitualmente è ancora oggi chiamata "a Chiazza". Il Portale per Bonifanti è una delle tre porte d'ingresso (le altre due sono situate in via Pampanara e via Orologio) al borgo medievale, risale al XI secolo. Le case erano circondate da alte mura, l'accesso avveniva attraverso tre porte che di notte venivano chiuse per difendersi dalla violenza delle frequenti incursioni piratesche e dei Saraceni, molto frequenti tra l'ultimo scorcio del primo millennio e gli inizi del secondo. La conformazione urbanistica del primo centro storico, caratterizzata da un agglomerato di modeste ed anguste case, costruite in parte a strapiombo sulla roccia, addossate l'una all'altra, fa ritenere che il paese sia sorto in epoca medievale barbarica, quando le ragioni sociali di una difesa collettiva da possibili aggressori, prevalevano sulle altre ragioni di comodo privato. I primi abitanti, perciò, dovettero essere i militi addetti alla difesa del castello , i profughi delle contrade rivierasche e qualche famiglia di contadini e di pastori, che avevano interessi nelle vicinanze. Situata a Bonifanti, la parte più antica del paese, è la Torre dell'orologio, opera di maestranze locali, molto caratteristica e dall'aspetto dominante, un tempo ospitava l'orologio civico. La Chiesa della Madonna del Carmine è in località Pampanara, costruita tra il 1895 e il 1896 e consacrata nel 1897. Prima della costruzione della chiesa, nello stesso luogo, esisteva un grosso mortaio di pietra che serviva per la lavorazione della polvere da sparo; si ritiene che sia stato ricavato quando entrarono in uso le armi da fuoco, cioè in epoca posteriore alla costruzione del "castello", fornito di petriere e saettiere, che erano i mezzi di difesa del periodo dell'alto medioevo; distrutto verso la fine del 1800 per fare luogo alla costruzione della chiesa. Nell'interno si possono ammirare delle pitture e la statua in cartapesta della Madonna del Carmine. Il più antico monumento storico del paese è la Chiesa della Madonna della Neve, dedicata a Santa Maria ad Nives. La chiesetta, modesta nella sua sobrietà architettonica, a pianta rettangolare e ad unica navata, ma piacevole per la sua posizione alpestre, in cima alla roccia, da dove si domina l'ampio paesaggio vallivo tra Verbicaro e Grisolia, si raggiunge attraverso un dedalo di viuzze strette. All'interno vi è una piccola statua lignea di antica fattura artigianale raffigurante la Madonna con Bambino, in trono. Nella cappella oltre agli affreschi vi è la seguente iscrizione: Hoc opus f.f. Donna Domenica De Donato da Milito MCCCCCXXXVIIII (1539). Prima erano datati intorno al 1400 perchè, l'iscrizione della data era visibile solo parzialmente MCCCC. Gli affreschi raffigurano Santi, furono coperti da uno strato di calcina ma riemersero negli anni ottanta, in seguito ad alcuni occasionali lavori di ripulitura della chiesa. Furono restaurati in seguito ad opera della Sovrintendenza alle belle arti che, riconoscendo il valore storico ed artistico della Chiesa, ha provveduto, inoltre, ad effettuare lavori di consolidamento, di risanamento e di restauro, per il riassetto completo dell'edificio.

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www.comune.verbicaro.cs.it
sindaco: Francesco Silvestri
Riviera dei Cedri